Monday, February 23, 2015

Schuai Schuai


1. 17 febbraio. In partenza da Malpensa sembra di essere in un suk. Gente che si muove avanti e indietro, bambini che corrono e saltano sui sedili. Le hostess della Egypt Air sembrano abituate. Una signora piange disperata. Capiamo dopo un po’ che non le hanno dato il posto di fianco al marito. Sorridiamo. Mentre tutti si sistemano vedo intorno a me donne che nel velo sembrano imprigionate, perdono ogni femminilità; altre in compenso proprio grazie al velo sono bellissime. Al Cairo il transito è laborioso. Cominciamo a fare i conti con le misure di sicurezza. Una giovane giordana è spazientita. Ci si rivolge in inglese, poi capisce che siamo italiani: “Ho avuto un marito italiano” – ci dice. Non osiamo chiedere oltre. Ad Amman ci aspetta Uahil, il nostro uomo in Giordania. Scambiamo due parole presentandoci. Poi, andando alla macchina, chiedo dell’ISIS, della situazione del Paese. Lui sorride: “Gente che ha giocato troppo con i videogiochi, hanno perso il senso della realtà”. Lungo l’autostrada che porta ad Amman c’è molta polizia. Chiedo se è normale: “Qui siamo molto sicuri”. Arriviamo in albergo. L’accesso alla rampa della hall è bloccato da dei dissuasori. Arriva il guardiano con un metal detector: ispeziona l’auto. Un altro metal detector all’ingresso scannerizza noi e le nostre valigie. “Questo lo dobbiamo a Bin Laden e all’ISIS”, dice Uahil sorridendo, “ma dopo un po’ ti ci abitui”. E infatti nei giorni successivi ci faremo l’abitudine anche noi. Salgo in camera e penso a cosa sarebbe il Medio Oriente se lo si potesse attraversare in libertà.


2. 18 febbraio. La cittadella di Amman è il luogo della città dove meglio si leggono le stratificazioni urbanistiche e di cultura che hanno caratterizzato la storia del Paese. Sulla stessa collina, su insediamenti neolitici si sono sovrapposte la città romana (di cui ancora oggi si apprezzano resti delle colonne e il perimetro del Tempio di Ercole), quella bizantina e quella Ommaiade. Dalla cittadella la vista spazia dai quartieri palestinesi – case basse, tutte bianche, cresciute l’una sull’altra a occupare ogni spazio libero – ai grattacieli che stanno ridisegnando la skyline della città moderna. Usciti dalla cittadella, Uahil contratta con un taxista sul prezzo della corsa: “Dodici!”, “Dieci!”, “Otto!”, “Cinque!”, “Mashi”, “Mashi”. Ci tuffiamo nel traffico congestionato. Tappa nel mall vicino al nostro albergo. Le stesse firme dei nostri centri commerciali: di strada siamo anche passati davanti all’IKEA. La globalizzazione. Si prende un caffè. Ho il torto di provare a pagare: il cassiere rimane imbarazzato e non prende i miei soldi. Uahil mi spiega che noi siamo ospiti e che se provo a pagare lo discredito. Gli chiedo scusa. Ci sediamo e il discorso cade spontaneamente sulla regina Rania. Ci accorgiamo che in Giordania non gode della stessa stima di cui gode a livello internazionale. È palestinese. E i Giordani si ricordano ancora la guerra che qui si combattè dal settembre nero del 1970 fino al luglio del 1971. Uahil ci racconta di aver perso un cugino, ucciso in strada dai palestinesi a diciotto anni. Qui in Giordania, tra palestinesi ed ebrei non hanno dubbi: meglio i secondi. E capisco che veramente il groviglio del Medio Oriente è difficilmente districabile, che noi occidentali non facciamo distinzioni: sono tutti islamici e tutti arabi, per noi. E invece occorrerebbe capire. “Noi e gli ebrei siamo figli dello stesso padre, ma abbiamo due madri diverse”, chiosa Uahil alludendo alla comune genealogia da Abramo. Rientriamo in albergo.

3.  Lunch presso la residenza del nostro Ambasciatore insieme ai partner giordani con cui stiamo per avviare una ricerca nelle scuole giordane su rappresentazione e usi dei media digitali, sia da parte degli insegnanti che da parte degli studenti. L’ipotesi è di associare al meeting in cui socializzeremo i dati (in autunno) un seminario di studi sulle tecnologie didattiche tra esperti giordani e italiani. Il nostro Ambasciatore è squisito: ottimo ospite, grande conversatore. Veniamo avvisati che domani nevicherà e che Amman sarà paralizzata. Ci consigliano di anticipare la visita a una delle scuole della ricerca per partire subito alla volta di Petra. Curioso. Di solito si associano all’immagine del Medio Oriente il caldo e il sole: e invece – come mi è già successo in Libano – si può rimanere sotto una fitta nevicata. Speriamo bene.


4. Cena in un ristorante tipico, fuori dei circuiti turistici. Scegli il tuo pesce, lo tolgono dalla vasca, lo cucinano sulla brace, poi lo servono in tavola in un piatto da portata che sta al centro del tavolo. Insieme arrivano pane pita appena sfornato, insalata, salsa, grandi limoni e arance tagliati a pezzi. Con le mani, aiutandosi con il pane, tutti mangiano il pesce dallo stesso piatto. Un tè molto forte a fine pasto segna il congedo da quello che oltre che un incontro con sapori straordinari è stato un bellissimo momento di convivialità. Ci spostiamo nel retrobottega. Ci accoglie un ambiente pieno di gente: la vasca dei pesci, la brace in fondo, il forno del pane. Tutti parlano, alcuni lavorano, clienti si scelgono i loro pesci. In un angolo il proprietario del locale ci invita ad assaggiare una crema a base di semola cosparsa di cannella. Ospitalità, sorrisi, grande umanità. Usciamo. Tira un vento gelido. Fatti pochi passi ci imbattiamo in una friggitoria. I felafel – polpette a base di farina di ceci - escono caldi e asciutti dall’olio bollente. Un signore che ne ha comprati ce li offre. Siamo sazi ma non resistiamo. Ne prendiamo una scatola. Ci avviamo all’albergo mentre li finiamo.


5. 19 febbraio. In viaggio da Amman a Petra usciamo dalla Desert Highway per arrivare fino a Im Ar Rassas, sito che è patrimonio mondiale dell’UNESCO. Il tempo necessario per ammirare il pavimento a mosaico della chiesa bizantina: semplicemente meraviglioso. Archi di pietra e il perimetro delle case affiorano qua e là nell’area dell’antica città fortificata a pianta rettangolare. Un luogo di grande fascino e bellezza. Ripartiamo per Petra dove arriviamo giusto il tempo per mangiare la tradizionale Macluba: un letto di riso e patate speziati con pollo. In serata si attende la neve. Incontriamo in albergo il dirigente della scuola che dovevamo visitare e che è rimasta chiusa per ordinanza ministeriale. La visiteremo domenica mattina. Poi Uahil ci accompagna alla Piccola Petra: il sito più antico dell’insediamento Nabateo che ha dato origine alla città. Paesaggio lunare e il miracolo dei palazzi di pietra rosa che escono dalla roccia. Siamo immersi in un silenzio surreale. Si può ascoltare il rumore del vento: ti viene quasi da trattenere il respiro. "Questa è Terra Santa" ci ricorda Uahil. Tre beduini sorseggiano un tè. “Salam”.




6. 20 febbraio. Dopo una notte passata al gelo ci svegliamo sotto una fitta nevicata. Si decide di visitare comunque Petra. Usciamo in una vera e propria tormenta. Solo imboccato il Sich (il taglio), ovvero il sentiero che tra le rocce, nello Wahdi, conduce all'antica città, capitale dei Nabatei, il vento cala e ci viene data la possibilità di gustare la miracolosa particolarità del luogo. Lungo le pareti di pietra rosa due canali scavati nella roccia, uno per le acque chiare l’altro per quelle di scolo, suggeriscono il livello cui questa popolazione era giunta nelle sue conoscenze ingegneristiche. All’improvviso, il sentiero si apre e lascia ammirare in tutta la sua bellezza il Tesoro, l’edificio più famoso dell’area archeologica, così chiamato perché si pensava contenesse i tesori dei Nabatei. Le colonne, i capitelli, il fregio del timpano scavati e cesellati nella roccia sono realmente una meraviglia da togliere il fiato. I testi dicono che i Nabatei erano di cultura aramaica e che, venuti a contatto con i Greci e i Romani, ne appresero la sapienza architettonica. Ma non è sufficiente a spiegare un simile miracolo. Purtroppo non si può procedere oltre: l’area archeologica è limitata alla visita a causa del tempo. Si temono frane e formazione di torrenti d'acqua. Al di là di questo l'area archeologica è talmente vasta che andare a recuperare i turisti in difficoltà sarebbe realmente troppo complicato. Ripercorso il sich entriamo in una sepoltura sul lato del sentiero. Da dentro il paesaggio che si gode è incredibile. Rientriamo in albergo.



7. 21 febbraio. Piove. Torniamo in auto verso l’ingresso della Piccola Petra. L’acqua scende in piccoli torrenti portandosi dietro sabbia e pietre. Uahil ci spiega che al di là delle alture che stiamo attraversando si scende verso la Palestina. Ci fermiamo. Uahil chiama due piccoli beduini che giocano fuori da una grande tenda. Chiede se possiamo prendere qualcosa di caldo da loro. Ci dicono di seguirli. Fuori della tenda gli adulti ci danno il benvenuto. Entriamo da una piccola imboccatura tenuta sollevata per consentire il passaggio. Dentro, la tenda è molto povera. Si stanno scaldando al fuoco. Odore acre di fumo dappertutto. Notiamo che non piove. Il merito è delle pelli di capra di cui è fatta la tenda: bagnate, le fibre si addensano e le rendono impermeabili; asciutte, d’estate, si dilatano per far circolare l’aria. Saranno su per giù una ventina: i nonni, i figli e i loro nipoti. I bambini sono bellissimi: ci scrutano perché certo dobbiamo sembrare loro molto strani nei nostri vestiti. Ci offrono del tè beduino: denso, molto dolce. Lo avevo già preso da un cammelliere nel deserto del Sinai, anni addietro. Ci accucciamo davanti al fuoco godendo di questa ospitalità semplice. Si ascolta il rumore della pioggia ipnotizzati dal fuoco. Li salutiamo e torniamo alla macchina. Se ti abitui a questi ritmi, a questi rituali, agli odori e ai sapori, la vita di questi popoli non può che affascinarti. Come ti affascina la loro gentilezza, i silenzi che li abitano, gli sguardi intensi e i sorrisi che rivelano una saggezza antica. 



8. 22 febbraio. Il sole, finalmente. Esco e faccio quattro passi prima di colazione. Kalhil ci aspetta per farci visitare la sua scuola. Nel sistema di istruzione giordano ci sono sei anni di primaria, quattro di secondaria di primo grado e due di secondaria di secondo grado. La scuola di Kalhil è una secondaria. Ci aspetta insieme a due dei suoi figli. Entriamo. L’edificio è spazioso, così come le aule. Ma quel che sorprende è l’incredibile stato degli arredi e la totale mancanza di strumentazione se si eccettuano i laboratori informatici e l’aula con la LIM. Tutto molto vecchio. Commuove l’orgoglio di Kahlil nel mostrare il poco che ha: vuole che mi sieda al suo posto, in direzione, mi scatta una fotografia. Ci guardiamo stupiti e ci chiediamo che scuola ci abbia descritto in Ambasciata la nostra partner nella ricerca. Ci lasciamo con la promessa di fare qualcosa per loro. Saliamo ancora una volta verso la Piccola Petra. Alì, uno dei piccoli beduini che ci hanno ospitato il giorno prima nella loro tenda, ci guida lungo il sich. Al fondo una scala ricavata nella roccia sale fino a un belvedere naturale dove Aid vende i suoi prodotti di artigianato. Si contratta. Soddisfatti scendiamo verso l’auto dove Uahil ci aspetta. Torniamo verso Madaba, dove pernotteremo, passando per la strada che scende alla Wahdi Araba e immette  nella valle del Giordano. La strada è chiusa perché per lunghi tratti è priva di asfalto e difficilmente transitabile. La percorriamo comunque e ne vale davvero la pena. Nella traversata dai 1600 metri fino al livello del mare, si aprono paesaggi incredibili, che cambiano a ogni tornante. Il cielo blu cobalto contrasta con il colore della roccia che varia dal bruno, al rosso, all’ocra, al verde. Un miracolo della natura, uno spettacolo da togliere il fiato. Di strada solo qualche beduino, capre e cammelli inerpicati alla ricerca di qualche arbusto. Entrati nella Wahdi Araba il deserto a perdita d’occhio è punteggiato di tende beduine e di improvvise chiazze di verde. Poi, man mano che si scende verso il Mar Morto, compaiono le coltivazioni: pomodori, soprattutto, che i bambini e le donne vendono ai lati della camionabile che sale da Aqaba. Giunti al Mar Morto troviamo il tempo per immergerci nelle sue acque tiepide e salatissime, poi via verso Madaba. A cena Uahil ci racconta che da bambino imparò a leggere e a scrivere tardi, in quinta classe. Il merito fu di sua sorella che passò un’intera estate a insegnarglielo. La sua maestra non lo riteneva intelligente e lo picchiava. Siamo commossi. Rientrati in albergo gli regaliamo la medaglia dell’Università Cattolica che di solito diamo come ricordo ai nostri laureati specialistici. Glielo spiego e gli dico che non tutti gli insegnanti sono cattivi: adesso è lui a essere commosso.





9. 23 febbraio. Schuai schuai in arabo significa "Piano, piano!". Te lo dicono sorridendo. Non è solo un invito alla calma, a prendersela con comodo. E' un'esortazione ad assaporare la vita in tutti i suoi momenti. Me ne ricordo mentre in volo verso Milano scorro mentalmente la mia agenda della settimana: lezioni, corsi di formazione, conferenze, scadenze. Mi torna alla mente una poesia di Nazim Hikmet. Le lascio spazio...

Il più bello dei mari
è quello che non abbiamo navigato.
Il più bello dei nostri figli
ancora non è cresciuto.
I più belli dei nostri giorni 
ancora non li abbiamo vissuti.
E quello 
che di più bello vorrei dirti
ancora non te l'ho detto.

Monday, February 2, 2015

Le parole ritrovate



Le parole ritrovate è il titolo di un libro che l'editrice La Scuola ha pubblicato di recente. Curato da Mario Bertini - un amico della famiglia Terzani, conosciuto tramite la comune frequentazione dell'opera di Madre Teresa a Calcutta - il libro contiene il testo di quattro conferenze inedite che Tiziano Terzani tenne a Firenze dopo l'11 settembre. In quelle conferenze, il grande giornalista incontra la politica (nel salone dei '500), i ragazzi nelle scuole e la gente (in piazza Santo Spirito). Il tema è la pace.
Ieri sera il libro è stato presentato a Brescia, alla presenza del figlio di Terzani, Folco. Poco prima della presentazione mi confessava che ormai non accetta più di parlare in pubblico del padre. Si è ritirato all'Orsigna, nella casa di famiglia che è stata il teatro dell'ultimo libro-intervista con il padre, La fine è il mio inizio. Raccolgo di seguito alcuni stralci della sua testimonianza.

Nulla di più lontano da mio padre di un uomo di pace. Era povero, ribelle, tostissimo. Al giornale i suoi capi avevano paura di lui. (...) A lui interessava il mondo, non il giornalismo. Gli interessava il creato, come interessa a tutti gli esseri umani che sono mossi dalla curiosità di conoscere la vita. (...) Girando il mondo si accorse che la guerra non era la soluzione. Questo e la malattia lo cambiarono in profondità. (...) Decise che era tempo di dire basta al giornalismo: era tempo di occuparsi di "perennialismo". E prese a occuparsi dell'anima. Mia mamma è stata bravissima a farlo andare: si nasce da soli, si muore da soli. (...) Quando ho letto le Lettere sulla guerra ho conosciuto un'altra persona. (...) Invece di fare la guerra - diceva - andate a capire gli altri, andate a parlarci! Questa era la sua idea del giornalismo: andare a sentire quello che gli altri avevano da dire per raccontarcelo (...) Madre Teresa insegnava attraverso la morte. Prima ti veniva da vomitare, poi cominciavi a vedere luce, gioia, amore. Sono arrivato a Calcutta con l'idea di starci una settimana, prima non mi arrivava niente: alla fine sono rimasto lì quasi un anno. Se vuoi capire la vita devi capire la morte. L'esperienza di tenere stretto un corpo che muore ti insegna che esiste l'anima.

Solo tre sottolineature.
1) L'interesse per il creato. Essere curiosi della vita, improntare a questo e a nient'altro la propria ricerca. Si tratta di un'indicazione di metodo interessante, a livello esistenziale e professionale. Vale per il giornalista, vale per l'insegnante, vale per chi "fa ricerca". Quanto c'è di curiosità per la vita nel nostro ricercare?
2) Capire gli altri. Terzani non si limita a sostenere il principio dell'"audiatur et altera pars": il problema non è di andare a sentire cos'hanno da dire gli altri per capire, magari, che le colpe sono di tutti. Il problema è un altro. E' quello incarnato da quelle che Marta Nussbaum chiama pensiero posizionale: guardare le cose dal punto di vista dell'altro è l'unico modo per capire veramente sia le cose che gli altri.
3) Insegnare attraverso la morte. Quando Terzani arriva a Calcutta, viene conquistato da quella donna minuta che non gli dice nulla ma si limita a invitarlo a seguirla. Chiama il figlio a Los Angeles: "Devi venire subito qui!". Folco lo raggiunge e rimane a sua volta stregato. Trovare il senso attraverso la cura degli ultimi. Capire la vita attraverso la morte. Comprendere che esiste l'anima tenendo stretto un corpo che muore.

Mentre Folco terminava di parlare pensavo a mia madre nel letto d'ospedale, pensavo a mio padre in agonia e alla serenità che mi dava tenergli la mano sul capo. Capire la vita attraverso la morte.